Alexander Chricton (1798) e l’“irrequietezza mentale” | Adult Adhd
Il disturbo da deficit d'attenzione negli adulti
Alexander Chricton (1798) e l’“irrequietezza mentale”

 

adhd1Si potrebbe ritenere erroneamente che il disturbo da deficit d’attenzione sia un’“invenzione recente”. La sua storia, al contrario, inizia almeno alla fine del ’700 e i suoi sintomi distintivi (disattenzione-impulsività-iperattività) rimarranno relativamente costanti per tutta la storia del disturbo.

È solo dalla metà dagli anni ’70 del secolo scorso, tuttavia, che si inizia a comprendere la natura dell’ADHD e a concepirlo come un disturbo neurologico su base genetica. La scoperta che la sindrome permane anche in età adulta può essere fatta risalire almeno ad Alexander Chricton (1798) ma verrà riaffermata con risolutezza solo alla fine del XX secolo quando, con la quarta edizione del DSM (1994), si asserirà esplicitamente che l’ADHD è diagnosticabile sia nei bambini che negli adulti.

Neanche il trattamento farmacologico con gli stimolanti è una trovata contemporanea. La conferma che la benzedrina ha effetti positivi sulla disattenzione e sull’iperattività risale addirittura al 1937 mentre la sintesi del metilfenidato al 1954. Solo nel 2003, tuttavia, viene stabilita definitivamente l’efficacia dell’atomexetina, il primo farmaco specificamente concepito per il trattamento dell’adult ADHD.

1798

Prima descrizione dell’ADHD (mental restlessness) ad opera di Alexander Chricton.

1902

George Frederic Still descrive una sindrome affine all’ADHD che imputa a un «deficit nel controllo morale».

1908

1908, Tredgold fornisce un primo resoconto  sulla correlazione tra danni precoci al cervello e conseguenti problemi   comportamentali.

1917-1928

Scoppia un’epidemia di encefalite letargica che colpisce 20 milioni di persone. I superstiti sviluppano una  sindrome affine all’ADHD che viene denominata «sindrome post-encefalica».

1932

Kramer e Pollnow pubblicano una  ricerca sul “disturbo ipercinetico infantile” e lo distinguono dalla sindrome post-encefalica.

1937

Bradley scopre accidentalmente che  la benzedrina ha effetti “calmanti” su alcuni bambini.

1954

Leonardo Panizzon, un ricercatore italiano, sintetizza il metilfenidato che viene utilizzato per varie sindromi diverse tra cui la narcolessia e la letargia.

1957

Laufer sostiene che la sindrome è causata da una disfunzione diencefalica e non da un danno cerebrale.

1963

Si propone di bandire la  denominazione «minimal brain damage» in favore di «minimal brain   dysfunction».

1967

Primo studio di follow-up che dimostra che l’adhd permane in età adulta.

1968

Nella seconda edizione del DSM compare la «Reazione ipercinetica  dell’infanzia».

1973

Pontius pubblica uno studio su più  di 100 adulti con «minimal brain dysfunction». Ipotizza il coinvolgimento dei lobi frontali e del nucleo caudato.

1976

Mann e Greenspan scoprono che i pazienti con «disfunzione cerebrale minima» reagiscono all’imipramina, un antidepressivo triciclico ad attività noradrenergica.

1987

Nella terza edizione del dsm viene introdotto il «Tipo residuale» per gli adulti che continuano a manifestare i sintomi del   disturbo.

1995

Wender propone 7 criteri per la diagnosi dell’ADHD negli adulti che diventano noti come UTAH criteria.

2003

Viene eseguito un trial su 536 adulti che mostra l’efficacia dell’atomoxetina, il primo farmaco approvato dalla Food and Drug Administration per l’adult ADHD.

adhd2Una delle prime testimonianze del disturbo da deficit d’attenzione risale a Sir Alexander Crichton un medico scozzese che nel 1798 descrisse una condizione clinica ampiamente sovrapponibile all’inattention subype dell’ADHD (Chrichton, 1798; Palmer, & Finger, 2001).

Nel capitolo dedicato all’“attenzione e ai suoi disturbi” del suo An inquiry into nature and origine of mental derangement illustra una condizione che denomina «mental restlessness» (“irrequietezza mentale”) e che definisce in questi termini: «L’incapacità di dedicarsi con il necessario grado di costanza a qualsivoglia argomento, che deriva quasi sempre da un’innaturale o patologica sensibilità dei nervi a causa della quale l’attenzione si sposta incessantemente da un’impressione all’altra» (Chrichton, 1798, p. 203).

adhd3Per Chrichton la mental restlessness può essere sia innata che causata da malattie “accidentali”: «quando è innata diventa manifesta in un periodo molto precoce dell’esistenza e ha conseguenze nefaste nella misura in cui rende l’individuo incapace di applicarsi con la dovuta costanza a qualsivoglia materia di apprendimento. Ma raramente è così grave da rendere del tutto impossibile l’istruzione; e quel che è meglio è che di norma tende a diminuire con l’età» (Chrichton, 1798, p. 271).

La descrizione sintomatologica e fenomenologica è piuttosto accurata e in linea con i criteri diagnostici odierni: «In questa malattia dell’attenzione, se così possiamo chiamarla, ogni impressione sembra agitare l’individuo che ne è affetto adhd5e procurargli, o procurarle, un grado innaturale di irrequietezza interiore. Persone che camminano su e giù per la stanza, un lieve rumore, lo spostamento di un tavolo, l’improvviso sbattere di una porta, un leggero eccesso di caldo o di freddo, troppa luce, o troppa poca, tutto ciò, in questi pazienti, finisce per annientare completamente la capacità di concentrazione, dal momento che sono facilmente eccitati da qualsiasi impressione» (Chrichton, 1798, p. 272).

È interessante notare come la descrizione di Chricton non chiami in causa l’iperattività (Palmer & Finger, 2001) che pure diventerà centrale nelle caratterizzazioni successive della sindrome.

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