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Il disturbo da deficit d'attenzione negli adulti
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Otto libri che un adulto con ADHD potrebbe aver voglia di leggere

adhdlibri1Se siete adulti con problemi di concentrazione e cercate su Amazon “ADHD” o “disturbo da deficit d’attenzione” potreste avere una sgradita sorpresa.

Con la prima chiave di ricerca non troverete neanche un testo italiano che parli di adult ADHD, mentre con la seconda ne troverete soltanto uno.

La situazione è tanto più deprimente quanto più si pensa che, per converso, la pubblicistica sull’ADHD infantile è virtualmente sconfinata, così come la letteratura anglofona che tratta la “variante” adulta del disturbo.

Il DSM-V, pubblicato nel 2014 anche in Italia, pone molta enfasi sull’ADHD negli adulti ma, a giudicare dal numero di pubblicazioni al riguardo, sembra che nel nostro paese l’interesse per l’argomento stenti a decollare.

adhdlibri2Per rimediare almeno in parte a questa carenza di informazioni vi propongo una breve lista di testi che se siete adulti con ADHD troverete probabilmente di vostro interesse. La brutta notizia è che sono in inglese, la buona è che l’inglese non è difficile quanto il tedesco. 

Si tratta di testi divulgativi, rivolti a un pubblico generico, ma non di meno utili per avere un’idea di cosa offra il panorama internazionale al riguardo.

L’elenco non è esaustivo, e non intende esserlo, ma se volete iniziare a capire qualcosa di più del vostro disturbo, e su come provare a gestirlo, costituiscono probabilmente un ottimo punto di partenza.

adhdlibri3[Nota: tutti i libri sono acquistabili su Amazon.it, spesso anche in versione Kindle. Se non vi piace Amazon potete cercarli anche su eBay, Abebooks e Maremagnum].

Amen D.G. (2001), Healing ADD. The Breaktrough Program That Allows You to See and Heal the 6 types of ADHD, Berkley Books, New York.

Amen D.G. (2008), Change Your Brain, Change Your Life: The Breakthrough Program for Conquering Anxiety, Depression, Obsessiveness, Anger and Impulsiveness, Three Rivers Press, New York.

Amen D.G. (2013), Healing ADD Revised Edition: The Breakthrough Program that Allows You to See and Heal the 7 Types of ADD, Berkley Books, New York.

adhdlibri5Bailey E. & Haupt D. (2010), The Complete Idiot’s Guide to Adult ADHD, Penguin, New York.

Barkley R.A. (2011), Attention Deficit Hyperactivity Disorder in Adults: The Latest Assessment and Treatment Strategies, Jones & Bartlett Pub, Sudbury, MA.

Hallowell E.M. & Ratey J.J. (1994), Driven to Distraction: Recognizing and Coping with Attention Deficit Disorder from Childhood Through Adulthood, Pantheon, New York.

Hallowell E.M. & Ratey J.J. (1994), Answers to Distraction: The Authors of Driven to Distraction Respond to the Most Frequently Asked Questions About Attention Deficit Disorder, Pantheon, New York.

Mate G. (1999), Scattered Minds: A New Look At The Origins And Healing Of Attention Deficit Disorder, Knopf Canada, Toronto.

Alexander Chricton (1798) e l’“irrequietezza mentale”

 

adhd1Si potrebbe ritenere erroneamente che il disturbo da deficit d’attenzione sia un’“invenzione recente”. La sua storia, al contrario, inizia almeno alla fine del ’700 e i suoi sintomi distintivi (disattenzione-impulsività-iperattività) rimarranno relativamente costanti per tutta la storia del disturbo.

È solo dalla metà dagli anni ’70 del secolo scorso, tuttavia, che si inizia a comprendere la natura dell’ADHD e a concepirlo come un disturbo neurologico su base genetica. La scoperta che la sindrome permane anche in età adulta può essere fatta risalire almeno ad Alexander Chricton (1798) ma verrà riaffermata con risolutezza solo alla fine del XX secolo quando, con la quarta edizione del DSM (1994), si asserirà esplicitamente che l’ADHD è diagnosticabile sia nei bambini che negli adulti.

Neanche il trattamento farmacologico con gli stimolanti è una trovata contemporanea. La conferma che la benzedrina ha effetti positivi sulla disattenzione e sull’iperattività risale addirittura al 1937 mentre la sintesi del metilfenidato al 1954. Solo nel 2003, tuttavia, viene stabilita definitivamente l’efficacia dell’atomexetina, il primo farmaco specificamente concepito per il trattamento dell’adult ADHD.

1798

Prima descrizione dell’ADHD (mental restlessness) ad opera di Alexander Chricton.

1902

George Frederic Still descrive una sindrome affine all’ADHD che imputa a un «deficit nel controllo morale».

1908

1908, Tredgold fornisce un primo resoconto  sulla correlazione tra danni precoci al cervello e conseguenti problemi   comportamentali.

1917-1928

Scoppia un’epidemia di encefalite letargica che colpisce 20 milioni di persone. I superstiti sviluppano una  sindrome affine all’ADHD che viene denominata «sindrome post-encefalica».

1932

Kramer e Pollnow pubblicano una  ricerca sul “disturbo ipercinetico infantile” e lo distinguono dalla sindrome post-encefalica.

1937

Bradley scopre accidentalmente che  la benzedrina ha effetti “calmanti” su alcuni bambini.

1954

Leonardo Panizzon, un ricercatore italiano, sintetizza il metilfenidato che viene utilizzato per varie sindromi diverse tra cui la narcolessia e la letargia.

1957

Laufer sostiene che la sindrome è causata da una disfunzione diencefalica e non da un danno cerebrale.

1963

Si propone di bandire la  denominazione «minimal brain damage» in favore di «minimal brain   dysfunction».

1967

Primo studio di follow-up che dimostra che l’adhd permane in età adulta.

1968

Nella seconda edizione del DSM compare la «Reazione ipercinetica  dell’infanzia».

1973

Pontius pubblica uno studio su più  di 100 adulti con «minimal brain dysfunction». Ipotizza il coinvolgimento dei lobi frontali e del nucleo caudato.

1976

Mann e Greenspan scoprono che i pazienti con «disfunzione cerebrale minima» reagiscono all’imipramina, un antidepressivo triciclico ad attività noradrenergica.

1987

Nella terza edizione del dsm viene introdotto il «Tipo residuale» per gli adulti che continuano a manifestare i sintomi del   disturbo.

1995

Wender propone 7 criteri per la diagnosi dell’ADHD negli adulti che diventano noti come UTAH criteria.

2003

Viene eseguito un trial su 536 adulti che mostra l’efficacia dell’atomoxetina, il primo farmaco approvato dalla Food and Drug Administration per l’adult ADHD.

adhd2Una delle prime testimonianze del disturbo da deficit d’attenzione risale a Sir Alexander Crichton un medico scozzese che nel 1798 descrisse una condizione clinica ampiamente sovrapponibile all’inattention subype dell’ADHD (Chrichton, 1798; Palmer, & Finger, 2001).

Nel capitolo dedicato all’“attenzione e ai suoi disturbi” del suo An inquiry into nature and origine of mental derangement illustra una condizione che denomina «mental restlessness» (“irrequietezza mentale”) e che definisce in questi termini: «L’incapacità di dedicarsi con il necessario grado di costanza a qualsivoglia argomento, che deriva quasi sempre da un’innaturale o patologica sensibilità dei nervi a causa della quale l’attenzione si sposta incessantemente da un’impressione all’altra» (Chrichton, 1798, p. 203).

adhd3Per Chrichton la mental restlessness può essere sia innata che causata da malattie “accidentali”: «quando è innata diventa manifesta in un periodo molto precoce dell’esistenza e ha conseguenze nefaste nella misura in cui rende l’individuo incapace di applicarsi con la dovuta costanza a qualsivoglia materia di apprendimento. Ma raramente è così grave da rendere del tutto impossibile l’istruzione; e quel che è meglio è che di norma tende a diminuire con l’età» (Chrichton, 1798, p. 271).

La descrizione sintomatologica e fenomenologica è piuttosto accurata e in linea con i criteri diagnostici odierni: «In questa malattia dell’attenzione, se così possiamo chiamarla, ogni impressione sembra agitare l’individuo che ne è affetto adhd5e procurargli, o procurarle, un grado innaturale di irrequietezza interiore. Persone che camminano su e giù per la stanza, un lieve rumore, lo spostamento di un tavolo, l’improvviso sbattere di una porta, un leggero eccesso di caldo o di freddo, troppa luce, o troppa poca, tutto ciò, in questi pazienti, finisce per annientare completamente la capacità di concentrazione, dal momento che sono facilmente eccitati da qualsiasi impressione» (Chrichton, 1798, p. 272).

È interessante notare come la descrizione di Chricton non chiami in causa l’iperattività (Palmer & Finger, 2001) che pure diventerà centrale nelle caratterizzazioni successive della sindrome.

Frederic Still (1902) e il “deficit nel controllo morale”

still1Un caposaldo frequentemente citato nella storia dell’ADHD è George Frederic Still che viene considerato da molti autori come il principale precursore dell’approccio scientifico al disturbo da deficit d’attenzione (Barkley, 2006a; Conners, 2000; Palmer, & Finger, 2001; Rafalovich, 2001; Rothenberg & Neumarker, 2005) e questo nonostante la sua descrizione del disturbo non sia del tutto esente da tinte che oggi definiremmo “moralistiche”.

George Still, riconosciuto come il “padre della pediatria britannica” (Dunn, 2006), tenne tre lezioni al Royal College of Psychicians of London dal titolo «On some abnormal Phyical Conditions in Children» (Still, 1902). Alla base della sua relazione vi è in concetto di moral control che definisce come «il controllo dell’azione in conformità all’idea di ciò che è bene nel complesso» (Still, 1902, p. 1008).

Per Still il controllo morale dipende da tre fattori: la relazione cognitiva con l’ambiente, la coscienza morale e la volizione. Una deficienza nel controllo morale si può osservare sia in alcuni bambini ritardati sia in bambini che non presentano alcun ritardo mentale.

still2Quest’ultima categoria, a sua volta, può essere suddivisa in due sottocategorie ulteriori: i bambini che presentano «una patologica carenza nel controllo morale associata a una patologia fisica» e i bambini che presentano una «lacuna nel controllo come condizione morbosa, non associata a una generale compromissione dell’intelletto né a malattie organiche» (Still, 1902, p. 1077). Nel primo gruppo fa rientrare i casi di tumore cerebrale, meningite, epilessia, trauma cranici e febbre tifoide.

La distinzione tra le due categorie è interessante perché riecheggia la letteratura moderna sul disturbo che distingue un sottotipo organico (più raro) e un sottotipo essenziale e genetico (più frequente). Il campione su cui Still effettuò le sue osservazioni comprendeva 20 bambini, di cui 15 maschi e 5 femmine, una proporzione che rispetta all’incirca l’attuale rapporto di 3:1 comunemente osservato nell’ADHD Still stesso definisce questa proporzione come “affatto accidentale” (Still, 1902, p. 1080).

still3Al di là di queste suggestioni, tuttavia, il concetto di deficit nel controllo morale è in Still molto più ampio di quanto non lo sia nella caratterizzazione moderna del disturbo e finisce per comprendere casi che oggi definiremmo più propriamente come esempi di Disturbo Oppositivo-Provocatorio, Disturbo della Condotta o Disturbo Antisociale di Personalità.

Per il defective moral control cita i seguenti “criteri diagnostici”:

«1) forte emotività (passionateness) 2) tendenza alla malevolenza e alla crudeltà (spitefulness – cruelty) 3) invidia e risentimento (jealousy) 4) tendenza alla sregolatezza e mancanza di rispetto per le regole (lawlessness) 5) disonestà (dishonesty) 6) dispettosità e distruttività gratuità (wanton mischievouness – destructiveness) 7) mancanza di senso del pudore e immodestia (shamlessness – immodesty) 8) immoralità sessuale (sexual immorality) 9) brutalità (viciuousness)» (Still, 1902, p. 1009).

still4Ma al di là di questa descrizione, che non appare adeguata a definire il disturbo nella sua accezione moderna, Still aggiunge che «il minimo comun denominatore di queste caratteristiche è la tendenza all’autogratificazione ovvero alla gratificazione immediata del sé senza riguardo né per il bene degli altri né per il proprio bene a lungo termine o considerato nel complesso» (Still, 1902, p. 1009). Questa nota allude chiaramente alle difficoltà che hanno i soggetti ADHD con la delay of gratification e che è considerato in letteratura uno dei problemi più caratterizzanti del disturbo (Berkeley, 2006a).

still8Un’altra notazione importante di Still è quella secondo la quale il sintomo più comunemente osservato nei suoi pazienti è «un grado anormale di emotività (passionateness)» (Still, 1902, p. 1009) laddove con questo termine intenderebbe una forma di «impulsività in direzione degli scopi immediati» (Conners, 2000) o una «estrema rapidità nel manifestare qualsiasi tipo di emozione, e specialmente la frustrazione, la rabbia, l’ostilità e l’aggressività» (Barkley, 2006a). Still attribuisce questa vulnerabilità a un «fallimento patologico nel controllo dell’emotività» causata a sua volta da una «forma esagerata di eccitabilità» (Still, 1902, p. 1165). La passionateness descritta da Still finisce quindi per essere molto simile al concetto moderno di impulsività, che è considerato uno dei tre sintomi-cardine dell’ADHD, insieme all’iperattività e alla disattenzione (apa, 1994).

Anche le difficoltà di concentrazione vengono menzionate da Still quando scrive che molti dei suoi casi clinici mostrano «un’incapacità fuori dalla norma di prestare un’attenzione sostenuta nel tempo» e che «sia i genitori che gli insegnanti hanno rilevato questa caratteristica considerandola inusuale» (Still, 1902, p. 1166).

still6Al di là di queste concordanze non si può non notare che per quanto alcuni dei bambini da lui osservati presentassero i sintomi di quello che ora definiremmo un disturbo da deficit d’attenzione altri presentavano (anche) disturbi decisamente più gravi. I suoi casi clinici, per dirla con Conners, «coprivano l’intero ambito dei disturbi esternalizzanti del comportamento» (Conners, 2000).

Still descrive bambini che «sembrano divertirsi a tormentare altri bambini, ad esempio gettando i loro giocattoli nel fuoco, bambini che rubano o mentono compulsivamente con una straordinaria insensibilità per ogni forma di punizione, bambini che manifestano crudeltà nei confronti degli animali e una completa mancanza di affetto anche nei confronti dei propri genitori» (Still, 1902, p. 1081).

still5Per quanto quindi Still possa aver descritto incidentalmente anche alcuni casi di ADHD, o per quanto la maggior parte dei casi da lui descritti possa aver avuto anche i sintomi di un disturbo da deficit d’attenzione, è altrettanto indubbio che, almeno rispetto ai criteri nosografici contemporanei, non fosse riuscito del tutto a isolare questa sindrome da altre affini e concomitanti.

Gli psicofarmaci e l’ADHD: un matrimonio assai chiacchierato.

dalìUno dei temi più discussi relativi al disturbo da deficit d’attenzione è quale sia il ruolo che possono giocare gli psicofarmaci nel suo trattamento.

È bene chiarire sin da subito che il tema è discusso, ma non controverso. Gli psicofarmaci (stimolanti ma non solo) sono considerati il trattamento d’elezione (e l’unico di comprovata efficacia) per il trattamento dell’ADHD.

Stante questa premessa è bene tuttavia sottolineare che il trattamento psicofarmacologico ha degli inevitabili limiti. Dal momento che questi sono noti agli addetti ai lavori ma non al grande pubblico è bene sottolineare quali essi siano per non andare incontro a sgradite sorprese e prevedibili delusioni.

??????????1. In primo luogo gli psicofarmaci sono un trattamento, non una cura. Gli psicofarmaci non guariscono dall’ADHD, in nessun senso del termine guarire. Si limitano ad alleviarne i sintomi, almeno quando funzionano (il che avviene, ad onor del vero, spesso e volentieri). Quando si cessa l’assunzione di farmaci i sintomi tornano ad essere quelli di sempre, né più né meno. Non hanno quindi alcuna efficacia curativa, ma hanno una elevata efficacia (quando ce l’hanno) nel contenere i sintomi.

2. In secondo luogo, anche quando funzionano, trattano, nella maggior parte dei casi, solo una parte dei sintomi. I casi in cui si risolve tutta la sintomatologia sono assai rari, che è un eufemismo per dire “inesistenti”. L’ADHD è una sindrome complessa che, almeno in età adulta, comporta problemi in ambiti diversi: difficoltà di concentrazione, impulsività, disattenzione, disorganizzazione, problemi relazionali, variabilità umorale, problemi di motivazione, e tanto altro ancora (ansia e depressione, ad esempio, per citare la comorbidità più diffuse).

dalì4Ciascuno di questi domini può ulteriormente essere scomposto in altri domini. Non esiste un solo tipo di attenzione, ma ne esistono diversi (attenzione diffusa, sostenuta, divisa, spontanea, etc.). Un farmaco che aiuta in un dominio può non aiutare in un altro, o persino peggiorare il funzionamento in quello specifico ambito.

Ad esempio un farmaco che riduce l’impulsività può rendere ansiosi, e uno che migliora la concentrazione può accentuare la labilità umorale. Difficilmente le cose in psichiatria sono semplici, e certamente non lo sono in un ambito così complesso come il trattamento dell’ADHD.

dalì6I farmaci non risolvono quindi quasi mai tutti i problemi relativi al disturbo e ne consegue che il trattamento farmacologico deve essere necessariamente integrato con altri trattamenti. Ma soprattutto non deve essere investito di attese eccessive, perché difficilmente “risolverà” l’ADHD nello stesso modo in cui un’aspirina risolve un mal di testa. I sintomi residui sono più la regola che l’eccezione e anche con questi bisogna imparare a convivere. Un successo parziale non deve essere considerato, per questo, un totale fallimento.

dalì53. Abbiamo visto come il trattamento farmacologico possa a volte risolvere dei problemi e crearne al tempo stesso degli altri. Ogni farmaco, su una persona data, ha dei costi e dei benefici che sono difficilmente valutabili a propri e da una persona terza. Solo solo la persona interessata (in questo caso l’adulto ben informato) può decidere se il gioco vale la candela, se determinati costi valgono determinati benefici. Per questo qualsiasi posizione ideologica è in quest’ambito inammissibile.

Se il matrimonio tra psicofarmaci e ADHD è assai chiacchierato è anche vero che a decidere se sposarsi o meno (e con chi sposarsi) deve essere sempre il diretto interessato. E come in qualsiasi matrimonio una prolungata convivenza e un’assidua frequentazione sono spesso la soluzione più adeguata per prevenire un’eccessiva idealizzazione. Dopo tutto il divorzio, ai giorni nostri, è sempre possibile.

L’esistenza, le cause e i trattamenti per l’ADHD: tre problemi distinti

magritte8Uno dei principali problemi del dibattito pubblico sul disturbo da deficit d’attenzione è la confusione di tre questioni che sono e debbono rimanere distinte.

Il primo problema è se l’ADHD “esista”, o se sia un “vero” disturbo. Da questo punto di vista è necessario ribadire che l’ADHD ha lo stesso grado di “esistenza” di un qualsiasi altro disturbo psichiatrico e forse un grado di esistenza persino maggiore, per la sua forte caratterizzazione in senso neurobiologico (neuroanatomico e neurofisiologico).

I disturbi psichiatrici sono in parte costrutti culturali e in parte costellazioni di sintomi (dette sindromi) che tendono a ricorrere congiuntamente. Se l’ADHD è definito come coesistenza di impulsività, iperattività e difficoltà di concentrazione in misura tale da comportare una compromissione significativa, e in assenza di spiegazioni alternative, in questo senso l’ADHD esiste nello stesso modo in cui esistono il disturbo bipolare a cicli rapidi, la distimia, il disturbo di conversione o un qualsiasi altro disturbo elencato nel DMS-V.

magritte6Non c’è quindi ragione per ritenere che l’ADHD “non esista” più di quanto non ci sia ragione di ritenere che non esista la depressione maggiore o il disturbo narcisistico di personalità. Chi dubita dell’esistenza dell’ADHD con ogni probabilità confonde “il problema dell’esistenza” con gli altri due problemi che tratteremo in seguito: quello delle cause dell’ADHD e quello del trattamento più appropriato.

In altri termini, o si estende la critica all’esistenza di tutte le sindromi psichiatriche (una strada già percorsa senza troppa fortuna dagli antipsichiatri negli anni ’70) o si deve coerentemente accettare che l’ADHD non è diverso da qualsiasi altro disturbo .

magritte3Il secondo problema è quello dell’origine dell’ADHD. Molti convengono sull’esistenza di una serie di sintomi che possiamo chiamare (o meno) ADHD ma ritengono che abbiano una spiegazione di tipo psicologico o ambientale, e che siano di natura transitoria e reversibile.

Relativamente al primo punto si sta affermando un modello interazionista secondo il quale l’ADHD è sia un disturbo di origine ereditaria sia un portato di precoci influenze ambientali. Affinché vi sia il decorso sfavorevole che chiamiamo disturbo da deficit d’attenzione dovrebbero essere presenti entrambi i fattori (una predisposizione biologica e un ambiente, in senso lato, non ottimale).

Questo modello può apparire sconcertante ma è quello attualmente in auge per molti disturbi mentali (tra cui ad esempio la schizofrenia): l’idea è che i geni portatori di un disturbo si attivino solo in determinate condizioni, secondo il principio dell’espressività genetica.

Rene Magritte, 1967Ma a prescindere da come la si pensi in merito (il dibattito è ancora aperto) il problema della reversibilità del disturbo è un problema ancora distinto. Dire che l’ADHD è in parte dovuto a una specifica predisposizione biologica e in parte a precoci influenze ambientali non vuol dire né che “non esista” né che possa essere risolto una volta risolti i problemi che lo hanno determinato. Le precoci influenze ambientali (parliamo dei primissimi anni di vita) si iscrivono nei circuiti cerebrali e danno luogo a specifici deficit (neuroanatomici e neurofisiologici) che rimangono relativamente stabili nell’arco di vita.

La tesi interazionista, a sua volta, non va confusa con la tesi semplicistica secondo la quale i bambini con ADHD soffrirebbero semplicemente di “stress psicologico”. Quest’ultima teoria non tiene conto infatti di un’ovvietà: se i sintomi si risolvono al risolversi della situazione non siamo in presenza di ADHD. L’ADHD è definito infatti proprio dalla persistenza nel tempo al variare dei contesti.

Il terzo problemmagritte9a (che viene spesso confuso con gli altri due) è quello relativo al trattamento. Questa questione è quella che divide la maggior parte degli “oppositori” dell’ADHD dai suoi “sostenitori”. Molte persone sono contrarie per una varietà di ragioni (alcune delle quali, in parte, se non condivisibili, quanto meno comprensibili) alla prescrizione di psicofarmaci a bambini. Ma questo problema è concettualmente distinto (e tale deve rimanere) sia rispetto alla questione dell’esistenza dell’ADHD che a quella relativa alle sue cause.

Al contrario, molti di coloro che si oppongono alla prescrizione di sostanze psicotrope (spesso con toni scandalistici e sensazionalistici) si spingono fino ad affermare che l’ADHD non esiste e che se esiste può essere facilmente risolto intervenendo sulle sue cause (di norma: l’inadeguatezza del sistema scolastico, dei genitori, etc.).

magritte5Abbiamo visto tuttavia come queste due tesi non abbiano alcun fondamento. L’ADHD ha lo stesso “grado di realtà” degli altri disturbi mentali ed è caratterizzato da una relativa stabilità nel tempo (e in una proporzione variabile tra 1/2 e 2/3 dei casi persiste anche in età adulta, e questo a prescindere dai trattamenti o dai non trattamenti messi in atto). 

Se si è quindi contrari, per qualsiasi ragione, all’assunzione di psicofarmaci è bene ricordare che, in fatto di salute, la Costituzione tutela le libere scelte di chiunque. L’art. 32 recita infatti: “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Nessuno è costretto quindi ad alcun trattamento e le “prescrizioni” del medico possono essere ignorate (in modo più o meno responsabile) se confliggono con i propri valori e le proprie convinzioni. Quello che non può essere ignorato tuttavia, pena la confusione concettuale, è che abbiamo a che fare con tre problemi distinti, e che tali devono rimanere: l’esistenza dell’ADHD, le sua cause e i trattamenti più adeguati per farvi fronte.

L’ADHD nel DSM-V

dsmv[Nel 2013 è uscita la quinta edizione del DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, edito dalla American Psychiatric Association e utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo. Il DSM-V non è stato ancora tradotto nel nostro paese e la traduzione, per i tipi di Raffaello Cortina, è attesa per il 20 marzo 2014. Nella trepidante attesa vediamo cosa dice l’edizione inglese sulla nostra “patologia preferita”]

La prima novità che salta agli occhi è l’enfasi posta sulla persistenza in età adulta: «l’ADHD spesso persiste in età adulta con conseguente compromissione sociale, accademica e nel funzionamento lavorativo».

Dal momento che già a p. 32 del DSM-V (che ne conta 947) si afferma esplicitamente l’esistenza dell’adult ADHD possiamo affermare senza tema di smentita che il DSM-V è “adult ADHD friendly“.

Una seconda novità di rilievo è che l’ADHD viene posto tra i disturbi del neurosviluppo nonostante i dati a disposizione, così si afferma nel DSM-V, autorizzassero la sua collocazione anche in altre macrocategorie, tra cui i disturbi del controllo degli impulsi, della condotta o da comportamento dirompente (p. 11).

Potrebbdsm1e non far piacere che l’ADHD si ritrovi in compagnia di ritardo mentale e autismo ma dal momento che si tratta, comunque, e in parte, di una collocazione arbitraria e stipulativa, questa modifica non dovrebbe avere alcun impatto significativo né sulla prassi diagnostica né sulle opzioni di trattamento.

L’ADHD viene trattato in forma estesa a pp. 59-66 dove viene definito come un «pattern persistente di disattenzione e/o iperattività-impulsività che interferisce con il funzionamento o lo sviluppo» (p. 59).

Vengono quindi elencati 9 sintomi di disattenzione e 9 di iperattività o impulsività.

Affinché sia soddisfatto il primo criterio diagnostico (A) devono essere presenti sei o più sintomi di disattenzione e/o sei o più sintomi di iperattività-impulsività. I sintomi devono persistere per un periodo di almeno 6 mesi, essere inappropriati per il livello di sviluppo e avere un impatto negativo sul funzionamento sociale, scolastico e lavorativo.

dsm-vI sintomi non devono essere solamente espressione di un atteggiamento oppositivo, ostile o di  di sfida né nella difficoltà nel comprendere compiti o istruzioni.

Interessante la nota successiva che specifica che per «gli adulti e gli adolescenti di età superiore ai 17 anni sono richiesti almeno 5 sintomi». Per queste categorie di pazienti è quindi sufficiente un numero di criteri minore. Questa specificazione è compatibile con le ricerche che indicano che la maggior parte degli adulti con ADHD non soddisfano più tutti i criteri diagnostici pur continuando a presentare una rilevante compromissione funzionale (e quindi il disturbo stesso).

dsmIl criterio B è soddisfatto se i sintomi si sono manifestati prima dei 12 anni. Anche in questo caso è stata introdotta una novità molto rilevante, perché il DSM-IV poneva la soglia a 7 anni. I motivi per i quali il criterio è stato modificato in tal senso dipende anche in questo caso dai nuovi dati emersi in sede di ricerca. La conseguenza sarà (verosimilmente) un maggior numero di diagnosi ma anche una minore insistenza sul requisito dell’età.

In precedenza, in assenza di una soddisfacente diagnosi alternativa, diventava infatti difficile capire cosa si dovesse diagnosticare a un bambino che avesse manifestato i sintomi ADHD solo a partire dagli 8 anni di età. A causa delle difficoltà della memoria prospettica non è inoltre sempre semplice ricostruire a posteriori a che età sono sorti i primi sintomi.

(segue)